Brano tratto dal mio romanzo “Malinconia”.
Copyright 1995-USA Antonino Angileri  
 LA NUOVA  VITA DI LAZZARO
 di Antonino Angileri
(Prima Parte)
 

Quando Lazzaro risorse dal suo sepolcro, dopo tre giorni e tre notti nel misterioso reame della morte, e ritorno’ vivo a casa sua, passo’ molto tempo prima che la gente incomincio’ a notare certe peculiarita’ e cambiamenti nella sua persona tali che lo fecero diventare terribile agli occhi del popolino.

I suoi amici e famigliari erano contenti che il povero Lazzaro era risorto. Lo circondarono con gentilezza, propagandosi con attenzione, ed offrendogli il miglior cibo ed I migliori vini, vestendolo con panni nuovissimi appositamente cuciti per lui. Lo vestirono meravigliosamente con I colori della speranza de dell’allegria, e quando, preparato come uno sposo, egli sedette nuovamente al tavolo con loro, mangiando e bevendo, tutti si misero a piangere commiserandolo e chiamando I vicini ad ammirare quest’uomo miracolosamente risuscitato. I vicini vennero a trovarlo con gioia. Stranieri e pellegrini vennero da distanti citta’ e paesi per constatare con I loro occhi questo miracolo. Tutti discutevano  questo avvenimento ad alta voce, bazzicando quasi sempre vicino la dimora di Marta e Maria, le sorelle di Lazzaro, e sembravano occupati nelle loro discussioni come uno sciame di api laboriose. Cercavano di spiegarsi a vicenda in modo naturale quello che ora vedevano sul viso di Lazzaro, discutevano infervoriti la sua grave malattia e lo shock passato. Sembrava a loro evidente chela disintegrazione del corpo era stata fermata da un potere miracoloso, pero’ Il restauro del suo corpo non era completo. La morte aveva lasciato sul suo viso e sul suo corpo l’effetto di un’immagine incompleta come se l’artista avesse deciso di fermarsi a meta’ della sua opera. Sulle sue tempie, sotto I suoi occhi, e nell’incavo delle sue guancie c’era un colore blu cupo scuro. Anche le sue dita erano di color blu, e sotto le sue unghie, le quali erano cresciute lunghissime durante la sua morte, il loro colore blu era diventato livido. Qui e la’  sulle sue labbra, sul suo corpo, lapelle flaccida durante la sua morte, ora era squarciata lasciando vedere delle ferite rossastre e rosee. Il suo corpo era orribilmente gonfio e flaccido suggerendo il fetido odore della putrefazione. Pero’ quest’odore che emanava dal suo corpo e dai suoi panni con il passar del tempo scomparve lentamente come pur eil color blu delle sue mani e della sua faccia e le ferite rossastre si affievolirono con il passar del tempo.

     Questo era l’aspetto di Lazzaro durante la sua nuova esistenza, la sua nuova vita. Sembrava fosse naturale solo a coloro che lo avevano seppellito. Non solo la faccia di Lazzaro, ma anche il suo carattere, sembrava di essere cambiato. Prima della sua morte, Lazzaro era stato un’uomo allegro e simpatico, un’amante delle cose allegre. Era stato proprio per il suo umorismo, piacevole e pacifico, libero da pensieri malvagi, che il Maestro lo aveva amato.

Ora invece era silenzioso e serio; non sorrideva piu’ con se stesso ne agli atti umoristici degli altri; e le parole che scandiva occasionalmente erano semplici, ordinarie e necessarie, parole senza senso e senza forza come I suoni con I quali un’animale esprime dolore e piacere, sete e fame.

     Parole come queste un’uomo puo’ dirle per tutta la sua vita mortale senza che nessuno possa mai capire il suo stato d’animo, le sue gioie e le sue tribolazioni. Questo era il Lazzaro che ora stava seduto al tavolo imbandito a festa dagli amici e famigliari, la sua faccia era era la faccia di un defunto sopra la quale, per tre giorni la morte aveva regnato in totale oscurita’; il suo vestito color rosso brillava con tutto l’oro appeso sopra. Lui era silenzioso e triste. Era orribilmente cambiato ed era un tipo ora molto strano, pero’ senza che nessuno ancora avesse scoperto la ragione del cambiamento. La festa in suo onore gli passava intorno mentre sguardi amorevoli accarezzavano il suo volto, ancora freddo dal tocco tombale; la mano di un’ amico accarezzo’ le sue mani ancora di color blu cupo mentre la musica suonava toni gioiosi mischiandosi ai suoni del timpano, del flauto, dello zither e del dulcimer. Sembrava come il rumore di uno sciame d’api, come il rumore delle ali svolazzanti delle locuste e come uccelli che cinguettavano beati sopra la felice casa di Marta e Maria.

     Uno sconosciuto senza volerlo ruppe il velo e con il respiro di una parola pronunciata debolmente, distrusse quella serena e felice festa, e scopri’ la verita’ nella sua cruda realta’. Nessun pensiero si era ancora definito nella sua mente, quando le sue labbra sorridendo chiesero a Lazzaro, “Perche’ non ci parli, Lazzaro, dell’Aldila’?”. Tutti rimasero in silenzio, colpiti da questa domanda. Solo ora sembrava a tutti che per tre giorni Lazzaro era stato morto, prigioniero della signora morte; e lo guardavano con curiosita’, aspettando una sua risposta ma il povero Lazzaro rimase in silenzio. “Non vuoi dirci proprio nulla?”, incalzo’ a dire lo straniero. “E’ cosi’ terribile essere nell’Aldila’?”. Nuovamente I suoi pensieri furono piu’ lenti a concretizzarsi che le sue parole. Se I suoi pensieri si fossero concretizzati velocemente, lo straniero non avrebbe  fatto questa domanda, perche’, appena fini’ di profferire quella domanda, il suo cuore si appesanti’ con una terribile paura. Tutti rimasero impazienti'; aspettavano sentire le parole di Lazzaro ansiosamente. Invece, lui poverino era silenzioso, freddo e severo, ed I suoi occhi miravano il pavimento. Ora, per la prima volta, tutti si accorsero del suo colorito cosi’ orribile, e del suo corpo gonfio e flaccido. Sulla tavola, come se Lazzaro l’avesse dimenticate, riposavano le sue mani livide e blu mentre gli occhi di tutti gli invitati le guardavano come se aspettavano la desiderata risposta da quelle mani e lentamente l’allegria si spense come il carbone ardente viene spento dall’acqua. Il flauto smise di suonare come pure il timpano ed il dulcimer; le canzoni si affievolirono nel nulla, e lo zither per ultimo si fermo’ come se le sue corde si fossero spezzate. Si avvertiva un silenzio tombale. Lo straniero riprese, “Allora, non vuoi proprio dirci nulla?, incapace a frenare la propria lingua. Il silenzio regnava mentre le livide mani di Lazzaro ancora stavano immobili sul tavolo. Lazzaro si mosse lentamente e gli invitati alzarono I loro occhi speranzosi di sentirlo parlare.

     Lazzaro, risorto dai morti, li guardava dritto nei loro occhi, abbracciandoli a tutti con uno sguardo, pesante e terribile. Questo era Il terzo giorno dopo che Lazzaro fu risorto dalla tomba. Da allora molti credettero che Il suo sguardo era distruttivo, ma nessuno di coloro che furono intristiti dal suo sguardo, tantomeno coloro ancora giovani, non riuscirono a trovare la volonta’ di resistere al suo acuto sguardo, ne tantomeno riuscirono a spiegare il terrore che giaceva immobile nella profondita’  delle sue nere pupille. Lazzaro sembrava calmo e tranquillo. Alcuni credevano che Lazzaro non avesse intenzione di nascondere nulla, ma anche di non dire nulla. Il suo sguardo era freddo, come quello  di colui che e’ interamente indifferente a tutto cio’ che e’ vivo. Il sole non cesso’ di brillare quando Lazzaro lo guardava, ne le fontane si seccarono, ed il cielo dell’Est rimase senza nuvole ed azzurro come sempre da tempo immemoriale; ma gli uomini che furono colpiti dal suo inscrutabile sguardo non riuscivano piu’ a sentire il caolore del sole, tantomeno il rumore delle fontane, e non riconoscevano il loro ciel natio. A volte Lazzaro piangeva amaramente, altre volte si strappava i capelli in disperazione e con urla pazzesche cercava aiuto; ma generalmente succedeva che gli uomini colpiti dal suo sguardo lentamente perdevano interesse nella vita e si avviavano verso una lenta morte che a volte durava per lunghi anni. Morivano sotto la presenza di amici e famigliari, tutti intristiti e senza calore, come alberi secchi e sterili sopra un campo roccioso. Solo coloro che urlavano nella loro pazzia prima della morte riuscivano a riprendersi mentre gli altri morivano continuamente.

     “Allora, Lazzaro, non vuoi dirci cosa hai visto nell’Aldila’?”, lo straniero ripete’ per la terza volta. La sua voce era scarna e vuota, mentre una grigia atavica stanchezza emanava dai suoi occhi. Le facce degli altri ospiti erano anche coperte con la stessa grigia stanchezza. Gli ospiti si guardavano stupidamente, non riuscendo a capire perche’ erano venuti qui o perche’ erano seduti intorno a questa ricca tavola imbandita a festa. Cessaron odi parlare e vagamente sentirono  il bisogno di andar via; ma non riuscirono a controllare il forte rilassamento dei loro muscoli gambali. Continuarono  quindi a rimanere seduti, ognuno isolato, come fievoli luci nella fitta oscurita’ notturnale. I musici erano stati pagati per suonare e nuovamente ripresero in mano I loro instrumenti mettendosi a suonare della musica con toni tristi e funebri. “Come suonano male!”, disse un invitato ad alta voce ed I musici sentendosi offesi andarono via. Dopo poco anche gli ospiti andarono via uno ad uno perche’ la notte stava per arrivare. Quando la calma oscurita’ li avviluppo’, e divento’ per loro piu’ facile respirare, l’immagine di Lazzaro si alzo’ davanti ad ognuno di loro in magnifico splendore. Cola’ rimase Lazzaro, con la faccia di un morto e con il vestito da sposo, sontuoso e risplendente, mentre nei suoi occhi si poteva vedere lo sguardo dove all’interno si nascondeva l’Orribile!

Tutti si fermarono come se fossero diventati di pietra. L’oscurita’ li circondava e nel mezzo di questa oscurita’ fiammeggiava l’orribile apparizione, la visione sopranaturale, di colui che per tre giorni giacque morto nel suo sepolcro. Tre volte il sole si alzo’, e tramonto’ mentre lui giaceva morto. I bambini giocavano, l’acqua gorgogliava mentre scorreva sulle calde rocce, la calda polvere copriva le strade principali e lui giaceva esanime. Ora invece era nuovamente nel regno dei vivi, li aveva toccati, li aveva guardati, li aveva guardati! Tramite il nero delle sue pupille come da scuri lenti, il terribile Aldila’ aveva visto l’umanita’!

     Da quel giorno nessuno si prese piu’ cura di Lazzaro, e nessun parente o maico gl irimase vicino. Solo il grande deserto, abbracciando la Santa Citta’, venne vicino al suo misero casoalre. Entro’ dentro la sua casa, giacque nel suo letto come una sposa e spense tutto il fuoco. Nessuno si curava di Lazzaro. Uno a duno tutti andarono via, persino le sue sorelle, Marta e Maria. Per un lungo periodo, Marta non volle abbandonarlo, sapeva che nessuno si sarebbe curato del suo povero fratello; e piangeva e pregava. Ma una notte, quando il vento soffiava forte sul deserto e gli alberi di cipresso si curvavano sul loro tetto, Marta si vesti’ con calma e con calma ando’ via. Lazzaro probabilmente udi’ il rumore della porta che veniva socchiusa ma il vento sempre piu’ forte incalzando la faceva sbattere continuamente contro la cornice  ma Lazzaro non si alzo’, non ando’ fuori, e non provo’ a capire la ragione per cui Marta era andata via. Durante tutta la notte gli alberi di cipresso sbattevano sul tetto I loro rami e la porta sbatteva lasciando entrare il freddo, sperando che anche il deserto entrasse in quella casa.  Tutti gli stavano lontano come se fosse un lebbroso. Volevano mettergli al collo un campanello. Uno di loro, diventando pallidissimo, disse che sarebbe stato terribile se durante la notte, sotto le loro finestre, dovrebbero sentire il campanello di Lazzaro, e tutti diventando anche lro grigi e pallidi votarono contro quell’idea. Dato che Lazzaro non faceva nulla per aiutare se stesso, probabilmente sarebbe rimasto affamato se non era per i suoi vicini, che in trepidazione salvavano un po’ di cibo per darlo poi a lui. I bambini glielo portavano. Loro non avevano paura, e nemmeno gli sorridevano nella loro innocente crudelta’ nella quale spesso I bambini sorridono agli sfortunati ed agli storpi. Erano completamente indifferenti e Lazzaro mostrava loro la stessa indifferenza. Non mostrava nessun desiderio di ringraziarli per il servizio; non cercava ne di accarezzare le  scure sporche mani, ne di guardare nei loro occhi semplici e brillanti. Abbandonato da tutti nel deserto, la sua casa stava andando in malora, cadendo in rovina e le sue affamate caprettine scapparono negli ovili dei vicini. Il suo vestito nuziale era ormai vecchio ed a brandelli; lui lo portava sempre addosso senza mai cambiarsi per come l’aveva indossato quel felice giorno quando I musici suonavano  nella sua casa. Non riusciva a capire la differenza tra il vecchio ed il nuovo. Durante il giorno, quando il sole con I suoi caldi raggi bruciava quella sabbia nel deserto e tutti gl iesseri viventi, persino gli scorpioni cercavano un riparo da quell’afa, nascondendosi sotto qualche roccia, presi da convulsioni con il pazzo desiderio di pungere qualcuno, Lazzaro invece si sedeva immobile sotto gli scottanti raggi solari, alzando verso il cielo la sua faccia blu e la sua lunga sporca barba. Sebbene la gente aveva paura di conversare con lui, qualcuno gli chiese, “ Povero Lazzaro! Lo trovi piacevole star seduto a mirare il sole?”. Lazzaro rispose, “Si, e’ molto piacevole!”. Questo pensiero suggeri’ al popolino  che tutto il freddo patito in quei tre giorni nel sepolcro  sotto il mantello glaciale della signora morte, fu cosi’ tremendo , la sua oscurita’ cosi’ penetrante come se non ci fosse sull’intera terra abbastanza calore o luce per riscaldare le fredde membra del povero Lazzaro. E quando il sole calante, di color violaceo, discendeva sulla terra, Lazzaro andava verso il deserto camminando dritto ed alacremente come se voleva toccarlo da vicino.

     Sempre camminava dritto verso il sole, e coloro che provarono a seguirlo per scoprire cosa faceva durante la notte nel deserto, venivano colpiti nella loro mente dalla visione di un’alta siluetta nera, di un’ uomo curvo contro quel rosso e violaceo panorama di quell’immenso disco solare. Gli orrori notturni  fecero scappare coloro che provarono a seguirlo, e cosi’ non scoprirono mai cosa faceva Lazzaro nel deserto; ma l’immagine di quella nera siluetta contro il rossastro disco rimase come impressa per sempre nei loro cervelli. Come un’animale  che trovandosi gli occhi offuscati dalla polvere, furiosamente cerca di grattare la sua testa contro I rami pendenti di qualche albero, anche loro stoltamente pulivano I loro occhi; ma l’immagine lasciata da Lazzaro non si poteva cancellare dai loro occhi, si poteva dimenticare solo nella morte.

C’erano tante persone che vivendo lontano non videro Lazzaro pero’ sentirono parlar di lui. Con audace curiosita’ la quale e’ piu’ forte della paura e si nutre nella paura, con un ghigno nei loro cuori, qualcuno di loro venne a trovarlo mentre Lazzaro stava seduto a godersi I raggi solari. Ormai la sua apparenza era migliorata e non cosi’ orribile come un tempo. All’inizio I visitatori batterono le loro mani disapprovando degli stolti abitanti della Citta’ Santa. Pero’ dopo il breve discorso con Lazzaro fini’ e ritornarono verso casa loro, la loro espressione era tale che gli abitanti della Santa Citta’ subito capivano lo scopo dei loro viaggi e dicevano, “Ora passano altri impazziti e folli, sui quali si e’ fermato lo sguardo di Lazzaro”. altri continuarono a venire a vistiarlo, tra loro anche guerrieri coperti con la loro brillante armatura, I quali non conoscevano nessuna paura; felici e goliardi giovani che sorridevano allegramente. Commercianti che facevano sentire il tintinnio delle loro monete. Nessuno ando’ via nello stesso modo in cui era arrivato. Un’ombra paurosa cadde sulle loro anime, dando una nuova apparenza al vecchi oe familiare mondo. Coloro che sentirono il desiderio di parlare, dopo essere stati colpiti dallo sguardo di Lazzaro, descrissero il cambiamento che cadde di loro descrivendolo in questo modo: ‘Tutti gli oggetti visti con gli occhi e palpabili alle mani diventano oggetti vuoti, luci e trasparenti, come se fossero solo delle ombre nell’oscurita’; e questa oscurita’ avviluppava l’intero universo. Ne il sole ne tampoco la luna, ne le stelle riuscivano a farla scomparire e questa oscurita’ abbracciava avviluppando come una madre la terra, vestendola con un’ immenso  velo nero, sepolcrale. Questa oscurita’ penetrava dentro ogni corpo ed oggetto, persino  nel ferro e nella roccia; e le cellule del corpo perdevano la loro unita’ diventando cellule solitarie. La vasta immensita’ che circonda l’universo, non era piena di oggetti visibili, come soli, lune o stelle; questa immensita’ si estendeva senza nessun confine conosciuto, penetrando dovunque, disunendo ogni cosa, corpo da corpo, particella da particella, atomo da atomo. In quell’immenso e vasto vuoto si alzavano templi fantasmi; palazzi e case, tutti vuoti; ed in quello spazio vuoto si muoveva senza nessuna sosta l’Uomo, egli stesso vuoto e leggero, come un’ombra. Si perdeva il senso del tempo. L’inizio e la fine di ogni cosa si mergevano insieme. Proprio nel momento quando  un’edificio viene eretto ed uno puo’ sentire I carpentieri colpire chiodi con I loro martelli, uno allo stesso tempo vedeva le rovine dell’edificio ed il vuoto dove si trovavano le rovine. Un’uomo era nato, e gia’ il sarcofago e le candele erano gia’ pronte ed accese sulla sua testa e poi subito si spegnevano; nuovamente c’era un’immenso vuoto dove prima c’era l’uomo e le candele. Circondato dall’oscurita’ e dallo spazio vuoto, l’uomo tremava senza speranza di fronte al Mistero dell’Infinito' . Cosi’ dissero coloro che ebbero desiderio di parlare, di spiegare. Forse molto di piu’ sarebbe potuto essere detto e spiegato da coloro I quali invece decisero di non parlare e che poi morirono in silenzio.        >>>Segue

   

Antonino Angileri    Copyright 1995-USA