Brano tratto dal  Romanzo Malinconia    
di  Antonino Angileri                           
 Copyright 1995 USA Copyright 1995 USA           

 

SOCRATE:   Prima parte    

Quella notte il giovane Ulisse ebbe un sogno  che ricordo’ per sempre nella sua vita. Nel sogno Ulisse era diventato Ctesippus, un discepolo ed amico di Socrate.
Ctesippus, tempo prima era uno dei piu’ frivoli giovani Ateniesi. Per lui la bellezza era la sua sola dea, e si inchinava a riverire il corpo di Clinias come l’esemplare piu’ alto della bellezza. Pero’ dal giorno in cui incomincio’ a frequentare Socrate, tutto il suo desiderio per il piacere della carne scomparve dalla sua mente. Incomincio’ a guardare Clinias con indifferenza mentre gli altri ancora ammiravano le sue bellezze.    La grazia del pensiero e l’armonia di spirito  che scopri’ nella dottrina di Socrate gli sembrarono cento volte piu’ attrattive delle belle forme armoniose e voluttuose di Clinias.
 Con tutta l’intensita’ del suo impetuoso temperamento si attacco’ a Socrate che gli aveva disturbato la serenita’ della sua vergine anima, la quale per la prima volta si apri’ a dubitare come le foglie di una giovane pianta di quercia si aprono ai freschi venti della primavera.  
  Ora il Maestro era morto, non poteva trovare piu’ pace ne’ nell’intimo del suo cuore, ne’ tra I suoi amici e discepoli. Gl idei della terra e della casa e gli dei delle persone lo inspiravano con ripugnanza. “Io non so”, disse Ctesippus, “se voi siete I migliori dei tra tutti gli dei ai quali innumerevoli generazioni hanno bruciato incenso ed offerte; tutto quello che Io so’ e’ che per il vostro amore la folla cieca spense per sempre la chiara fiamma della verita’, e per il vostro amore sacrifico’ il piu’ grande di tutti gli esseri mortali”. A Ctesippus sembrava di udire per le strade ed I mercati gli eco dell’ingiusta sentenza. Proprio allora ricordo’ che proprio in quel luogo non molto tempo fa’ il popolo gridava per l’esecuzione dei generali che furono vittoriosi contro gli Argunisae, e come Socrate, da solo, si oppose a quella selvaggia condanna dei giudici e la cieca rabbia della folla.
Quando Socrate, proprio lui poverino , aveva bisogno di aiuto, nessuno alzo’ un dito per difenderlo con egual forza e vigore. Ctesippus si incolpo’ ed incolpo’ anche gli altri discepoli e per questa ragione incomincio’ ad evadere quando possibile amici e discepoli.    Una sera mentre il suo animo era triste emesto si avvio’ verso il mare ma la sua rabbia si intensifico’ violentamente. Le onde andavano a spezzarsi sugli scogli su quella costiera rocciosa con un grido lamentoso.
Il loro frastuono sembrava quello di un funerale. Scappo’ via da quelle scogliere e si inoltro’ nella cupa foresta senza mai guardarsi intorno.  Dimentico’ il tempo e lo sazio, ed il suo ego; nella sua mente c’era solo il pensiero della morte del povero Socrate. “Ieri era ancora con noi, ieri le sue dolci parole si potevano udire. Com’e’ possibile che proprio oggi non e’ piu’ con noi? Oh notte, oh montagna gigantesca circondata da una fitta nebbia, oh immenso mare mosso dal tuo moto perpetuo, oh venti senza tregua, oh volta celeste coperta da nuvole volanti, prendetemi con voi, dischiudetemi il mistero della sua morte, se e’ stato rivelato a voi! E se non lo sapete, allora date alla mia anima ignorante la vostra indifferenza. Rimuovete da me queste domande che mi tormentano, non ho piu’ la forza di portarle nel mio petto senza una risposta, senza la speranza di una chiara risposta.
Chi mai sara’ capace di rispondere alle mie domande, ora che le labbra di Socrate sono suggellate in eterno silenzio, e le tenebre eterne sovrastano sulla sua tomba?”.    Lo sconsolato Ctesippus grido’ queste parole al mare, alla montagna ed all’oscura notte, la quale continuo’ a seguire il suo invariabile corso, continuamente e senza sosta, invisibile, sopra un mondo addormentato.
Molte ore passarono prima che Ctesippus si guardo’ intorno e finalmente vide dove I suoi passi inconsciamente l’avevano portato. Gi sembro’  come se gli sconosciuti dei della notte eterna sentirono le sue pie preghiere. Ctesippus si guardo’ nuovamente intorno, senza pero’ riuscire a capire in quale posto si trovava. Le luci ormai distanti della citta’ erano scomparse nelle fitte tenebre.
Il rumore del mare era ormai morto in lontananza; non si sentiva nemmeno un singolo suono, tantomeno il grido di uccelli notturni, ne’ rumore di ali, ne’ rumore di foglie al vento, nulla ruppe quel profondo silenzio. Riusci’ a vedere in lontananza delle brevi illuminazioni causate da alcuni fulmini e queste brevi illuminazioni fecero capire ancor si piu’ quanta oscurita’ c’era in quel luogo ameno e silenzioso.
Quei brevi  fulmini fecero vedere sebbene brevemente un desolato deserto con valli come serpenti in movimento alzandosi su’ verso picchi rocciosi in un caos selvaggio.
Tutti gli dei giocondi e gioiosi che abitano I ruscelli, I verdi campi, e le montagne scapparono via per sempre  da questo immane deserto. Solo Pan, il grande e misterioso Pan, si nascondeva in qualche posto  vicino  quel caos  della natura e con un ghigno satanico sembrava seguire questa piccolissima formica che proprio poco tempo prima aveva chiesto di conoscere il segreto della creazione e della morte.   
Un oscuro terrore si imposesso’ dell’animo di Ctesippus, come le onde marine nel mezzo dell tempesta si impossessano e coprono gli scogli solitari. Era un sogno, era realta’, o era la rivelazione di qualche sconosciuta deita’? Ctesippus avverti’ in un’istante che presto avrebbe solcato la tenue linea che divide la vita dalla morte e che la sua anima si sarebbe dissolta in un’ocean osenza fine, in un orrore inconcepibile come una goccia di pioggia si dissolve in mezzo alle onde di un mare grigio in una notte tenebrosa e senza stelle.    Proprio in quel momento senti’ delle voci che gli sembrarono a lui conosciute, ed in quella fievole luce I suoi occhi riuscirono ad intravedere delle figure umane. In cima ad una collina rocciosa era seduto un uomo disperato in preda al terrore.  Si aveva coperto la testa con la falda della sua toga ed era inginocchiato per terra. Un’altra figura umana lo avvicino’ lentamente.
Il primo uomo si scopri’ il viso ed esclamo’ “Sei proprio tu, mio caro socrate? Sei proprio tu che m isei vicino  in questo posto cosi’ ameno e triste? Ho gia’ passato molti giorni in questo posto senza riuscire a capire ancora quando Il giorno arrivera’. Sto’ aspettando l’alba invano!”. “Si, sono Socrate, caro amico, e tu, tu sei Elpidias e se non sbaglio sei morto tre giorni prima di me!”, rispose Socrate.  “Si, sono Elpiades, ero il piu’ ricco commerciante di pelli in Atene,  , ora sono il piu’ miserabile di tutti gli schiavi.
Per la prima volta capisco le parole del poeta, ‘Meglio essere schiavo in questo mondo che un Re nell’Ade tenebroso!’ “. “Mio caro amico, se non ti trovi bene dove ora ti trovi, perche’ non cerchi un’altro posto?”, nuovamente gli rispose Socrate il filosofo.
 “Oh Socrate, mi meraviglio di te, come osi girovagare tra queste fitte tenebre? Io sto’ seduto su questa cima rocciosa piangente e mesto al pensiero della mia vita ormai finita”. “Caro Elpiades, come te, anch’Io fui spinto tra queste tenebri quando la luce della vita terrena fu rimossa dai miei occhi.
Ma una voce interna mi disse ‘Segui questo sentiero senza esitare ‘ , ed Io mi sto’ avviando in questo sentiero oscuro”. “Ma dove vuoi andare, oh figlio di Sophroniscus? Qui non esiste nessuna strada o sentiero, nemmeno un raggio di luce; nulla ma solo caos di rocce, nebbia e tenebre”. “Quello che dici e’ vero, caro Elpidias, ma dato che tu conosci orami questa triste verita’, ti sei per caso chiesto qual’e’ la cosa peggiore nella tua presente situazione?”, gli disse il filosofo. Elpiades rispose, “Certamente queste fitte tenebre!”. “Allora dovresti sforzarti di trovare la luce.
Forse riuscirai a trovare la vera legge, che noi mortali possiamo solo scoprire nell’oscurita’ il mistero della vita. Non credi sia migliore scoprire che rimanere seduto sempre nello stesso posto?
Io credo sia meglio scoprire cose nuove per cui continuo nel mio cammino. Addio!”, disse Socrate al povero e tremante Elpidias. “Oh caro Socrate, non mi abbandonare! Tu vai verso il tuo cammino con passo sicuro in questo caos infernale. Ti prego, fammi aggrappare ad una falda della tua toga e cosi’ potro’ seguirti!”. “Se credi sia meglio per te seguirmi, allora caro Elpiades, seguimi!”, incalzo’ Socrate.
 Le due ombre si incamminarono mentre l’anima di Ctesippus, libera dalla sua forma mortale, nel sonno ristoratore volo’, seguendo le due ombre, assorbendo il chiaro discorso socratico. “Buon Socrate, dove sei?”, nuovamente la voce dell’Ateniese fu’ udita; “Perche’ non favelli"? Favellando la strada diviene piu’ corta ed Io ti giuro per Ercole che mai prima ho attraversato un luogo cosi’ orrido”. “Fammi delle domande, amico Elpidias! Le domande di chi vuol imparare portano risposte e producono la conversazione”. Elpiades rimase un momento in confuso silenzio , poi,  dopo aver messo a posto le sue idee, domando’ a Socrate, “Si, questo e’ proprio cosa voglio chiederti, dimmi, mio povero Socrate, ti hanno fatto almeno un decente funerale"?”.
 “Ti devo confessare, mio buon amico Elpiades che non posso soddisfare la tua curiosita’!”, gl irispose Socrate. “Capisco, caro Socrate. Con me tutto fu differente! Mi hanno fatto un bellissimo funerale e sepoltura degna di un re! Ancora penso con grande piacere a quei amorevoli momenti subito dopo la mia morte. Per prima cosa mi hanno lavato e poi profumato con del ricco balsamo libanese. dopo la mia fedele moglie Larissa mi ha vestito con panni ricchissimi e.....”, fu’ interrotto da Socrate il quale gli domando’, “Fermati, caro Elpiades. Io sono convinto che la tua fedele  Larissa ha dovuto cambiare tutto il suo amore in denaro suonante per far tutto cio’ che hai menzionato in tuo onore”. Elpiades continuo’, “Esattamente dieci dracme, senza poi contare la spesa per il vino per tutti gli ospiti.
 Credo che Io come il piu’ ricco pellicciere di Atene posso andare davanti alle anime dei miei avi fiero di tutto il rispetto da parte dei vivi nei miei riguardi!”.   
 Lentamente e con voce melodiosa Socrate rispose, “ Amico Elpiades, non credi che tutto questo spreco di denaro sarebbe stato meglio darlo ai poveri che sono ancora in vita in Atene in questo momento?”. “Ammetti, Socrate, tu parli cosi’ perche’ sei invidioso della mia persona”, rispose Elpiades con dolore e poi continuo’, “ Mi dispiace per te, o sfortunato filosofo, ma detto tra noi, Io credo che veramente dovevi fare la fine che hai fatto! Io stesso nel mio circolo familiare dissi sempre che bisognava mettere una fine su di te, perche’.....”, ma Socrate l’interruppe e per calmarlo gli disse, “Calmati, amico Elpiades,Io ho creduto che tu volevi una conclusione ed ho paura che invece ti stai allontanando dal giusto cammino.
Dimmi mio buon amico, dove ti stanno portando I tuoi pensieri?”, fini’ poi col dire il filosofo. Elpiades guardo’ a lungo Socrate senza fiatare e poi con tono piu’ gentile gli rispose, “Io volevo solo dire che nella mia bonta’   sono molto dispiaciuto per la tua triste situazione.
Un mese fa’ proprio io parlai contro di te nell’assemblea ateniese ma in verita’ nessuno di noi che gridammo ad alta voce contro di te volevamo o speravamo una fine come questa per te. Credimi, ora Io sono piu’ spiacente di prima, o infelice filosofo!”.    “Io ti ringrazio. Pero’ dimmi, amico mio, riesci a vedere una luce di fronte ai tuoi occhi?”. “No! Al contrario Io vedo solo queste fitte tenebre infittirsi e mi chiedo se questa non e’ la regione di Orcus”, rispose Elpiades.  Socrate gli domando’, “In questo cammino, quindi ci sono tenebre per me come pure per te, e’ vero?”. “Giustissimo”, rispose Elpiades. “Allora se non erro tu ancora stai aggrappato alle falde della mia toga”. “Anche questo e’ vero!”, rispose nuovamente Elpiades. “Allora  per come proprio tu stesso hai ammesso, entrambi siamo nella medesima situazione.
Vedi come i tuoi antenati non si son fatti vedere per rallegrarsi con te per il tuo magnifico funerale? Dov’e’ quindi la differenza tra di noi, mio buon amico Elpiades?”. “Ma, Socrate, hanno gli dei caso racchiuso la tua mente in questa oscurita’ che la differenza tra di noi non ti e’ chiara?”. “Amico Elpiades, se la tua situazione e’ chiara ai tuoi occhi, allora dammi la tua mano e guidami, perche’ Io giuro che altrimenti seguiro’ da solo cammino tenebroso”. “Smettila di scherzare, Socrate! Come puoi paragonarti con me! Io son morto nel mio letto, oh uomo senza dei!”. “Ah, credo che sto’ incominciando a capirti meglio, Elpiades. Dimmi, speri per caso di dormire nuovamente nel tuo letto?”. “Credo che non ci dormiro’ mai piu’!”. “C’e’ stato per caso un periodo nel quale non hai potuto  dormire nel tuo letto"?”, disse Socrate. “Si! E’ successo moltissimi anni orsono quando comperai delle merci da Agesilaus a meta’ prezzo del loro valore. Capisci Socrate, questo Agesilaus era un ruffiano......”, ma Socrate lo fece tacere dicendogli, “Non pensarci piu’ circa Agesilaus! Forse proprio in questo momento sta’ ricomprando quella stessa merce da tua moglie Larissa solo per un quarto dellla sua valuta. Allora. avevo ragione quando ti ho detto che tu eri in possesso solo parzialmente del tuo letto"?”. “Si, caro Socrate, hai pienamente ragione”, rispose Elpiades. “Bene, anch’Io son ostato in possesso  parzialmente del mio letto sul quale son morto perche’ Proteus, una buona guardia della prigione, mi ha fatto dormire alcune volte”.
“Oh, se avrei capito prima dove volevi arrivare con le tue belle parole, non avrei risposto alle tue subdole domande. Per Ercole, non ho mai sentito una profanazione come questa. Come puoi paragonarti con me! Se voglio, con due parole ben dette posso metterti a tacere per sempre, caro Socrate!”. “Allora dille queste parole caro Elpiades, senza paura. Le tue parole saranno sicuramente meno distruttive della cicuta!”, gli rispose Socrate. “Molto bene! Questo e’ proprio cosa volevo dirti! Tu o sfortunato uomo, tu sei morto per la condanna ricevuta dalla corte e sei stato forzato a bere la cicuta!”, gli disse tutto nervoso e colerico, Elpiades. “Caro Elpiades, mio caro e buon’amico, Io gia’ conosco tutto cio’ dal giorno della mia morte, anzi lo prevedevo da molto prima. Invece tu, sfortunato Elpiades, dimmi cosa ha causato la tua tragica morte?”, fini’ col dire Socrate. “Oh, con me e’ stato tutto differente, interamente differente! Sai, Io ho avuto un’attacco di idropisia allo stomaco.
Un famosissimo specialista di Corinto fu chiamato il quale al mio capezzale promise di curarmi per il prezzo di due mine, e meta’ della paga gli fu donata all’inizio. Credo che mia moglie  Larissa nella sua bonta’ ed inesperienza in queste cose gli diede anche il resto della paga......”, “Allora questo famosissimo specialista non ha mantenuto la sua promessa?”, disse Socrate. “Proprio cosi’”, rispose Elpidias. “E tu sei morto per idropisia?”, continuo’ Socrate. “Ah, caro Socrate.
 Ancora  ti fai giuoco di me! Ti ho gia’ detto che la malattia per ben tre volte attacco’ il mio stomaco. Io lottai come un vitello sotto il coltello del macellaio, e pregai le Parcae a tagliare velocemente e senza dolore l’ombelico che mi tratteneva attaccato alla vita”. “Questo non mi sorprende. Pero’, dimmi Elpiades, da cosa tu hai concluso che l’idropisia era meno dolorosa per te che la cicuta per me?
 La cicuta termino’ la mia vita in un momento”. Elpidias sempre piu’ colerico gli rispose, “Ti capisco bene, Socrate! Nuovamente son caduto nella tua trappola verbale, oh peccatore!
Io non faro’ arrabbiare gli dei parlando con te, tu distruggitore dei sacri costumi!”. Rimasero entrambi in silenzio e la quiete regno’ impervia. Dopo pochi minuti Elpiades nuovamente fu il primo ad aprire una nuova conversazione, “Perche’ sei silenzioso, Socrate?”, e Socrate gli rispose, “Amico mio, non e’ forse vero che proprio tu hai chiesto di rimanere in silenzio?”. “Non son ofiero di cio’, e posso trattare le persone che sono in peggiore condizione della mia con considerazione.
Smettiamola di criticarci”. Io non ti ho criticato, caro Elpidias, e non ho mai pensato minimamente di insultarti. Io cerco solamente di arrivare alla verita’ facendo una comparazione dei fatti.
La mia situazione non e’ chiara per me. Tu invece consideri la tua situazione migliore della mia ed Io sarei felice di conoscerebil perche’. In un certo senso non ci sarebbe nessun danno per te se vuoi conoscere la verita’, qualunque forma essa possa prendere”, disse Socrate. “Facciamola finita una buona volta.
 Non parliamo piu’ di tutto cio"!”, tremante disse Elpidias. “Dimmi, hai forse paura? Io non credo di aver paura In questa situazione sebbene assai tenebrosa”, disse Socrate. Elpidias rimase in silenzio per alcuni momenti e poi incalzo’, “Io invece ho paura, anche se ho meno causa di te con gli dei onnipossenti. Non credi che gli dei, avendoci abbandonati a noi stessi, in questo caos bestiale, ci hanno rubato tutte le speranze?”. “Dipende che genere di speranze erano. Cosa ti aspettavi dagli dei, caro Elpiades? “. “Bene, bene, cosa mi aspettavo dagli dei! Che domanda curiosa mi fai,  caro Socrate!
Se un uomo in tutta la sua vita fa’  delle offerte agli dei, e poi muore con un cuore pio seguendo tutte le dottrine che la legge detta, gli dei dovrebbero almeno mandare qualcuno, almeno uno degli dei inferiori, forse un messaggero per mostrare al defunto la via.....cio’ mi fa’ ricordare un’altra cosa.
Molte volte pregai gli dei per la  mia buona fortuna nel traffico di pellie promisi ad Hermes alcuni vitelli....”, ma Socrate lo taglio corto dicendo “E tu non hai avuto fortuna"?”. Elpidias riprese, “Oh, si, ho avuto fortuna, Socrate, pero’....”, Socrate nuovamente lo interruppe chiedendogli, “Capisco, non avevi I vitelli promessi”. “Macche’!  Socrate! Un ricco commerciante senza vitelli?”. “Finalmente ho capito! Tu hai avuto fortuna, avevi tanti vitelli, ma hai tenuto il tutto per te, ed Hermes ricevette nulla da te”,fini’ col dire Socrate. “Tu sei molto intelligente e perspicace, filosofo. Io molto spesso dissi cio’ a tutti I cittadini di Atene. Dei miei voti agli dei su dieci voti mantenni solo la promessa su tre voti, e feci lo stesso con tutti gli altri dei dell’Olimpo! Se questo e’ lo stesso per te caro Socrate, forse questa e’ la ragione per cui, possibilmente, noi siamo stati abbandonati a noi stessi dagli dei?
Per essere sicuro, Io ordinai alla mia cara e fedele Larissa di sacrificare agli dei dopo la mia morte un’intera ecatombe”. “Ma e’ un problema di Larissa, sebbene sei stato tu, caro Elpidias che ha fatto la promessa”. “Vero, tutto cio’ e’ vero. Ma tu, buon Socrate, potrai tu, ateo, uomo senza dei, cavartela meglio di me con gli dei?”. “Amico mio, Io non so’ se me la cavero’ meglio o peggio di te. All’inizio Io feci offerte senza chiedere nulla aquesto gli dei. Ultimamente non ho offerto ne’ vitelli ne’ sacrifici”, fini’ Socrate. “cosa? Nemmeno un vitellino, uomo sfortunato?”, gli rispose Elpidias. “Si, caro Elpidias, se Hermes sperava di vivere con le mie offerte, sono spiacente di dirti che sarebbe sicuramente dimagrito moltissimo”. “Ti capisco, Socrate. Tu non eri nel commercio  di vitelli, cosi’ tu avrai offerto altri doni agli dei, probabilmente qualche mina che I tuoi discepoli ti diedero”, disse Elpiades. “Elpiades, Elpiades! Io non ho mai chiesto soldi ai miei discepoli, e la mia professione scarsamente mi ha aiutato a migliorare le mie finanze. Se gli dei speravano di impinguirsi sul misero mio pranzo hanno sicuramente ricalcolato tutto”, rispose Socrate. “Oh blasfemo, nel compararmi a te Io posso reputarmi fiero della mia pieta’ e dovere verso gli dei.
Voi, oh dei, guardate quest’uomo! Io vi ho ingannati alcune volte, ma altre volte vi ho regalato alcuni frutti dei miei fortunati commerci. Colui che offre qualcosa e’ sempre meglio di un blasfemo che offre nulla. Socrate, credo che a questo punto sia meglio se prosegui da solo! Ho paura che la tua compagnia, mi sta’ rovinando agli occhi degli dei!”, fini’ col dire Elpidias. Socrate  a quelle parole senza rispondere incomincio’ ad allontanrsi, con passo lento ma sicuro.
Elpidias rimasto solo, si mise a gridare in preda al terrore, “Aspettami, aspettami mio buon cittadino, non lasciare un’altro Ateniese solo in questo orribil posto! Io stavo solo scherzando.
Prendi il tutto come uno scherzo, e non allontanarti  cosi’ velocemente. Io mi sto’ meravigliando nel come riesci a vedere le cose in queste tenebre infernali!”. “Amico Elpidias,  I miei occhi  si sono abituati a queste fitte e funeste tenebre”, rispose il filosofo. “Cio’ e’ ottimo caro amico, tuttavia non posso approvare che tu non hai mai sacrificato nulla agli dei. No!
 Non posso, caro Socrate, proprio non posso. L’onorabile Sophoniscus, tuo padre, certamente ti avra’ insegnato le buone cose durante la tua infanzia e gioventu’, e proprio tu a quel tempo prendevi parte nelle preghiere agli dei, infatti ti vidi con questi occhi me medesimo!”. “Si’.
Ma Io uso esaminare tutti I nostri motivi ed accetto sol oquelli che dopo una lunga investigazione provano essere ragionevoli. Cosi’ arrivo’ il giorno quando chiesi a me stesso ‘Socrate, tu stai pregando agli dei dell’Olimpo. Perche’ li preghi ‘?”. Elpidias si mise a ridere. “Certamente voi filosofi qualche volta non riuscite a rispondere alle piu’ semplici domande. Io sono un semplice ma ricco commerciante che mai nella mia vita ho studiato filosofia, pero’ so’ per certo che devo onorare gli dei dell’Olimpo”. “Allora, dimmi subito la ragione, cosi’ potro’ anch’io sapere il perche’!”, rispose Socrate con un dolce sorriso sul volto. “Perche’! Ha Ha Ha! E’ molto semplice, saggio Socrate!”. 
 Socrate lo lascio’ finir di parlare e poi gli rispose, “Allora se e’ cosi’ semplice, non nascondere da me la tua conoscenza del divino. Dimmi, perche’ dobbiamo onorare gli dei?”.
 Elpidias non sapeva piu’ cosa dire, poi confuso replico’, “Perche’?
 Perche’ tutti lo fanno!”. Socrate sempre con un viso serio e soave rispose, “Amico, tu sai benissimo che alcuni non onorano gl idei. Non sarebbe corretto dire ‘tanti’? “Certamente, tanti!”, gli rispose velocemente Elpidias.  
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Brano tratto dal Romanzo Malinconia di Antonino Angileri Copyright 1995 USA