SOCRATE
                                                                                                    (Seconda Parte)
Brano tratto dal romanzo"Malinconia"
                                                                                                               di
                                                                                                 Antonino Angileri
                                                                                               Copyright 1995 USA
 
 
     "Benissimo, ora rispondi, non e' vero che si sono piu' uomini malvagi che onesti?", gli rispose di colpo tutto interessato  Elpidias.
"In questo caso , allora caro Elpidias, se tu segui la maggioranza, tu dovresti agire malvagiamente e non giustamente?".
"Cosa vuoi dire, Socrate? Spiegati meglio!", disse Elpidias nuovamente tutto agitato. "Io non sto' dicendo nulla, sei tu quello che vuole
discutere. Pero' credo che la ragione per cui gli uomini riveriscono gli dei non e' perche' la maggioranza di loro adora gl idei. Noi dobbiamo
trovare un'altra ragione, ma una piu' razionale. Forse caro Elpidias tu vuoi dire che gli dei domandano reverenza?", disse il filosofo.
"Si'! Proprio cosi'!", rispose Elpidias non del tutto convinto.
"Molto bene, ma allora abbiamo un'altra domanda: Perche' dobbiamo riverire gli dei? ", e dicendo cosi' il filosofo rimase in silenzio.
      Dopo alcuni lunghi minuti Elpiades rispose, "Per la oro grandezza!". Socrate scosso dal suo silenzio cantileno', "Ah, adesso ci stiamo
 avvicinando verso la verita'. Forse molto presto Io saro' in pieno accordo con te. Rimane ora solo che tu mi dica di cosa consiste questa
grandezza degli dei. Questa e' una difficile domanda, vero? Cerchiamo insieme di trovare la risposta. Omero dice che l'impetuoso Ares,
quando cadde per terra colpito dal sasso lanciato da Pallas Atena, copri' con il suo corpo l'intero spazio nel quale per attraversarlo ci si
impiega almeno sette giorni. Tu comprenderai l'immensita' di questo spazio, vero?", termino' Socrate. "Questo e' di cosa consiste la loro grandezza?", chiese tremante Elpidias. "Purtroppo non lo so'! Un'altra domanda arriva alla mia mente. Ricordi l'atleta Theophantes? Egli
era il piu' alto di tutti mentre Pericle era come te caro amico Elpidias. Ma chi noi chiamiamo grandi, Pericle o Theophantes?, disse Socrate.
     "Capisco che la grandezza non consiste nella misura del corpo. In cio' tu hai ragione. Sono contento  che su cio' siamo d'accordo. Forse
la grandezza consiste nella virtu'?, domando' Elpidias. "Certamente", rispose Socrate.
"Lo credo anch'Io", disse Elpidias non del tutto convinto.. "Quindi chi deve inchinarsi a chi?  Il piccolo di fronte al grande, oppure coloro che
son grandi nella virtu' inchinarsi ai malvagi?",  intono' Socrate. "La risposta e' chiara", riprese Elpidias. "Lo credo anch'Io. Ora ci immergeremo maggiormente in questo problema. Dimmi in verita', hai mai ucciso i figli di altri uomini con delle frecce?, gli chiese Socrate.
     "Non c'e' bisogno di darti una risposta, mai! Tu mi credi capace di cotanta bassezza?", gli urlo' Elpidias. "Quindi, tu non hai mai sedotto la
moglie di altri uomini?", continuo' Socrate. "Io ero un buon commerciante ed ottimo marito. Non dimenticarlo mai, Socrate, ti prego!", gli disse
tutto accorato Elpidias. "Tu non sei mai stato un bruto?", continuo' Socrate ed Elpidias sudando freddo gli grido', "Tu mi fai veramente arrabbiare, Socrate!".  Imperturbabile Socrate continuo' con le sue domande, "Forse hai tu afferrato l'eredita' paterna da tuo padre dopo averlo sbattuto in galera?". Elpidias incomincio' a balbettare quando cerco' nuovamente di rispondere al filosofo. "Mai! Queste sono domande con cui mi insulti
senza alcun motivo!". "Aspetta, caro amico Elpidias. Forse riusciremo  ad arrivare ad una conclusione. Dimmi, avresti mai tu considerato un'uomo
grande e pio se avrebbe fatto tutto cio' che ho detto prima?". Questa volta Elpidias rispose fulmineamente, "No, no, no! Avrei chiamato un'uomo
come questo, un criminale come minimo e l'avrei diffidato in corte davanti ai giudici dell'assemblea!". "Benissimo, Elpidias, allora perche' non ti
sei lamentato di fronte all'assemblea di Zeus e degli altri dei dell'Olimpo? Il figlio di Cronos fece guerra suo padre, e spesso e volentieri fu preso
da un brutale bisogno sessuale verso le figlie dell'uomo, mentre Hera fece vendetta su povere vergini innocenti. Non furono proprio loro due, Zeus
ed Hera a tramutare l'infelice figlia di Inachos in una comune vacca? Non fu Apollo ad uccidere i figli di Niobe cone le sue freccie mortali?
Non fu proprio Callenius a rubare i migliori tori? Allora, Elpidias, se tutto cio' e' vero, colui che ha meno virtu' dovrebbe onorare colui  che e' piu'
virtuoso, quindi non dovresti costruire altari agli dei, bensi' proprio loro dovrebbero costruire degli altari in tuo onore!", fini' Socrate.
     "Non blasfemare, impio Socrate! Zittisci! Come puoi tu giudicare gli atti degli dei?", gli chiese tremante Elpidias. "Carissimo, un potere molto
piu' grande di noi li ha gia' giudicati. Ora cerchiamo di investigare anche questa nuova domanda. Qual'e' il segno della divinita'? Io credo che tu
hai detto il segno e' la grandezza, che consiste di virtu'. Non e' questa grandezza forse la divina scintilla nella mente umana? Se vogliamo giudicare la grandezza degli dei con la nostra piccola e minuscola umana virtu', e se scopriamo che chi misura e' piu' grande del misurato, allora segue il ragionamento che il principio divino, egli stesso condanna gli dei dell'Olimpo. Allora.....", Elpidias taglio'" il ragionamento del filosofo e gli disse, "Allora, cosa?" Con calma Socrate riprese il suo discorso, "Caro Elpidias, allora loro non sono dei bensi' sono fantasmi, delle ombre, creature di
un sogno, un sogno umano. Non e' cosi'?", fini col dire Socrate. "Ah, questo e' dove ti ha portato il tuo investigare, o filosofo dai piedi scalzi. Ora
capisco che tutto cio' che hanno detto di te e' vero. Tu sei come le sirene che riescono a mantenere gli uomini prigionieri solo con il loro canto.
Tu mi hai preso prigioniero in modo di confondere la mia anima credente, risvegliando tanti dubbi nella mia mente. Io stavo quasi quasi per
rinunciare nel riverire Zeus! Parla da solo. Io caro Socrate non ti rispondero' piu'!".
     "Non ti arrabbiare, caro Elpidias! Io non voglio infliggerti nessuna pena. Se sei stanco di seguire i miei ragionamenti fino alla loro giusta
conclusione, permettimi almeno di raccontarti un'allegoria circa un giovane di Miletus. Le allegorie fanno riposare la mente", disse il filosofo.
"Parla, se la tua storia non e' lunga ed il suo significato e' buono", gli rispose subito Elpidias.
"Il significato e' la ricerca della verita', caro Elpidias ed Io prometto di essere breve. Una volta, certamente tu lo saprai, nel tempo dei nostri antenati, Miletus fu esposto ad attacchi di barbariche tribu'. Tra i giovani rapiti in queste scorrerie c'era il figlio del piu' saggio e bravo di tutti i cittadini di Milrtus. Il suo prezioso ragazzo in prigionia fu affetto da una severa malattia e cadde in un lungo coma. I barbari stanchi di accudirlo
 lo abbandonarono ma una notte il ragazzo si sveglio' da quel coma. Su' nel cielo le stelle brillavano; intorno a lui c'era un grande deserto; e in
lontananza udi' l'ululato di bestie feroci! Il ragazzo era solo. Egli era completamente solo, e gli dei gli tolsero persino la memoria del suo
passato. Invano cerco' di ricordare ma tutto era tenebroso e vuoto come l'inospitale deserto in cui vagava. Pero' nei recessi e meandri
della sua memoria, aldila' della fitta nebbia, oscure figure comparvero per merito del suo ragionamento, come il pensiero della sua casa ormai
persa, e la vaga figura del migliore degli uomini; e nel suo cuore risuono' la parola 'Padre' ! Non credi che il destino questo povero giovane rassomigli al destino di tutta l'umanita'?", fini' col dire Socrate.
     "Perche' ", gli rispose interessato Elpidias. "Non e' vero che tutti noi ci svegliamo in questa vita terrestre con una nebbiosa memoria di un'altra casa? Non e' vero che la figura del grande incognito sta' sempre davanti alle nostre anime?", e cosi' dicendo Socrate pauso' mentre Elpiades lo
spronava a continuare. "Continua, socrate, ti sto' attenatmente ascoltando!".
"Il giovane riprendendo le forze, si alzo' e incomincio' ad avviarsi cautamente, cercando di stare lontano dai pericoli che rano intorno a lui. Dopo tanto tempo quando le sue forze erano allo stremo, egli vide in lontananza un focherello in mezzo a quella fitta nebbia il quale illuminava quell'oscurita' immane. Una fievole speranza gli entro' nella sua stanca anima ed ricordo della casa ancestrale si impadroni' nuovamente della sua mente. Il giovane si avvio' lentamente verso quella fievole luce, e grido''', 'Sei tu, sei tu padre mio! '. "Era la casa paterna?", domando' Elpidias.
"No, era soltanto il bivacco di alcuni nomadi selvaggi. Per molti anni fu tenuto come schiavo, e solo nei suoi sogni vedeva la sua casa  distante e
lontana mentre lui riposava sul petto paterno felice e beato. Certe volte con mani stanche cercava di creare con del fango o con un pezzo di legno
quella figura paterna a lui assai cara ma molto vaga ed informe. Ci furono momenti quando stanchissimo e depresso abbraccio' quello che lui stesso
aveva creato e pregando lo bagnava con le sue calde lacrime. Ma la pietra rimase fredda pietra. Il giovane divento' uomo e nel cammino  della sua
vita distrusse le sue creazioni giovanili, che ora gli sembravano deformare i suoi sogni del presente. Finalmente il suo destino lo porto' da un
bravo barbaro, il quale gli chiese perche' era sempre triste e pensieroso. Quando questo giovane schiavo gli confido' le sue speranze e voglie della sua anima irrequieta, il barbaro, uomo pero' molto saggio gli disse, 'Il mondo sarebbe certamente migliore se u'uomo o una citta' come tu mi hai
descritto esistesse veramente. Ma una domanda mi offusca la mente, quindi spiegami da quale segno tu riconosceresti tuo padre?', 'Nella mia citta',
rispose lo schiavo, tutti riveriscono la saggezza e la virtu' e venerano mio padre come il piu' saggio', ed a queste parole quel barbaro libero' lo schiavo  il quale ando' via in cerca della sua casa ancestrale", fini' col dire Socrate.
     "Trovo' quello che cercava?", gli domando Elpidias. "No. Lui poverino ancora sta' cercando. Ha gia' visto moltissime citta' e tantissime persone. Ha gia' memorizzato tutte le strade conosciute; egli ha attraversato i mari in tempesta; h seguito il corso delle stelle nel cielo dalle quali ogni pellegrino puo' trovare la retta via nel suo cammino nei deserti senza limite. In ogni suo tedioso viaggio quando un fievole fuocherello illuminava le tenebre davanti ai suoi occhi scrutatori, il suo cuore batteva velocemente e la speranza avviluppava la sua anima; 'Questa e' finalmente l'ospitevole casa di mio padre! ', egli pensava". Socrate si fermo' un'istante a prender fiato e poi riprese, "Spesso un'ospitabile persona intratteneva questo stanco  pellegrino offrnedogli la pace e la benedizione del suo casolare, ed il giovane uomo cadeva in ginocchio ai piedi dell'ospite e con voce emozionata, diceva, 'Vi ringrazio, padre mio!  Non riconoscete vostro figlio?'. Molte persone erano anche disposte ad adottarlo come loro figlio, poiche' a quel tempo molti bambini venivano rapinati per essere poi venduti come schiavi. Dopo l'entusiasmo iniziale, il giovane uomo incominciava ad investigare mettendo  il suo ospite e benefattore sotto prova con delle domande inerenti giustizia ed ingiustizia. Spessissimo questo giovane uomo dopo aver sentito le risposte dell'ospite lasciava quella casa per riprendere il suo cammino tortuoso e non certo facile o piacevole. Piu' di una volta disse a se stesso, 'Rimarro' con questo bravo ospite, Io manterro' la mia fede. Questa sara' la casa di mio padre!' "
     Elpiades in quel momento fece cenno  a Socrate di zittire e gli chiese, " Sai, Socrate, forse questa sarebbe la cosa piu' sensibile da fare per questo giovane di Mileto!". Socrate come se nulla fosse continuo', " Cosi' penso' anche lui molte volte. Ma il suo ragionare combinato alle sue investigazioni, il sogno ormai distante e nebbioso del viso paterno, non gli davano pace. spesso e volentieri rimosse la polvere dai suoi alari; nuovamente afferro' il suo bastone. Moltissime notti tempestose lo trovarono senza un riparo dagli elementi. Caro Elpidias, non credi che il destino di questo giovane uomo e' lo stesso come quell odi tutto il genere umano?". "Perche'?", tuono' Elpidias. "Forse la razza umana non giudica la loro fede giovanile e non dubita quando investiga l'ignoto? Forse la razza umana non crea nel legno, nella pietra e nel marmo la figura paterna? Poi l'uomo scopre che quella figura e' imperfetta, la distrugge, e nuovamente si incammina nel dubbio. Sempre con l'affanno di trovare qualcosa migliore.....", ma in quel momento Elpiades tutto iroso lo interruppe gridandogli, "Oh, tu sei subdolo caro saggio filosofo, ora capisco il motivo  della tua allegoria del giovane di Mileto! Ti diro' faccia a faccia che se anche un solo raggio di luce dovrebbe penetrare queste funeste tenebre, Io non giudicherei gl idei con stupide domande.....", ma Socrate gli fece cenno di tacere e gli rispose con un calmo sorriso sul volto, " Caro Elpidias, la luce sta'  gia' brillando, la vedi?". Sembro' come se le parole del filosofo avevano fatto effetto. Infatti in alto  nella distanza un raggio di luce penetro' quelle tenebre umide e scompari' tra le montagne. Quel raggio fu seguito da un secondo e poi da un terzo. Aldila' delle tenebre sembrava di intravedere figure luminose, ed un grande mistero sembrava essere pronto ad essere rivelato, come se la linfa vitale stava soffiando, come se riti speciali erano in progresso. Ma tutto cio' era ancora assai distante e remoto. Queste forme discesero infittendosi e materializzandosi lentamente, nuvole nebbiose si tramutarono in masse uniformi, inseguendosi senza fine e senza sosta. Una luce azzurrina da un picco lontano cadde al suolo; le nuvole si innalzarono coprendo il cielo fino allo zenith. I raggi luminosi  disparvero allontanandosi come se scappando via da quella valle di ombre ed orrori. Socrate eretto guardava incuriosito questi raggi che scomparivano lontano. Invece Elpidias guardo' quel picco con molta paura nell'animo. "Guarda, Socrate! Cosa vedi  lassu' tra le cime montagnose?", gli chiese Elpiades tremante. "Amico", rispose il filosofo, "Incominciamo quindi ad investigare questa nostra nuova situazione. Dato che siamo gia' in cammino, dovremo sicuramente arrivare in qualche posto, e poiche' l'esistenza terrena ha un limite, Io credo  questo limite si puo' solo capire quando si arriva al crocevia di un nuovo inizio. Nella lotta della luce contro le tenebre noi otteniamo la corona per le nostre vittorie. Perche' l'abilita' di ragionare e razionalizzare non ci e' stata tolta, Io credo questa sia la volonta' divina, la quale ci diede il dono del ragionamento cosi' che noi stessi possiamo ragionando investigare le nostre mete future.. Quindi, Elpidias, andiamo fieri e sicuri ad incontrare la nuova alba che giace aldila' di queste grigie nuvole."
 
Antonino Angileri   
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