Briciole di vita   

 La vita era un pigiama morbido con una stellina gialla, la casa vista dall'abbraccio alto di mio padre, il sapore del latte caldo al risveglio e i sorrisi di mia madre.

 La vita era un fresco mattino di primavera, il cielo nitido, i contorni delle cose definite come i pensieri nella testa - una volta sola, il respiro lento e l'odore dell'aria nel naso, l'ombra sulla strada e il sole sui muri, marciapiedi ancora vuoti, come il mattino da riempire con le cose da fare con calma, le passeggiate con mia madre a trovare il ciabattino che mi faceva battere il chiodo sul bancone di legno, la campagna intorno a casa a prendere le spighe e vedere i cavalli, con le rondini nere tra le nuvole e l'azzurro, tra le foglie e le margherite e i battipanni sui tappeti che intrecciavano i saluti dell'uomo del pane o del postino.

 La vita erano le mani nella pasta morbida sul tavolo della cucina, le biciclette in un giardino, uno stendino come capanna o un tavolo come tetto, faccia sul tappeto e occhi dentro una macchinina a torturarne voracemente le forme e le curve, il profumo della pasta nel piatto a piegare il mattino in pomeriggio con le comiche in tv, l'odore del cuoio di un pallone da picchiare su un muro più forte e forte, calci e calci ai rimbalzi, aspettando le voci dei bambini e ogni tramonto sui prati o sugli alberi e le corse  e il rientro a scavalcare muri fino in famiglia e il profumo del forno a scandire l'angolo tra il carosello e la buonanotte.

 La vita era la sera di Natale da vivere insieme, in tanti e sempre noi, il torrone e la tombola, l'odore di mandarino sul tavolo delle carte e le luci dell'albero, i sorrisi di chi si rincorre nei ricordi, la gioia del sonno nell'attesa dei regali e la mattina a Messa, che ti faceva stare bene.

 La vita erano le estati in montagna, la roccia sui prati, il cielo sui boschi, le salite bianche e la sete, i thè caldi all'arrivo, gli insegnamenti di mio padre per la prima volta da amico, quell'arrampicata che non lascerò mai.

 La vita era la domenica allo stadio, ore sotto il sole ad aspettare l'arrivo di quei colori sul campo, dividere con mio padre l'esaltazione di una vittoria, o gli spalti pieni di ombrelli aperti per la pioggia da non vedere nulla e tornare con la radiolina in macchina per sentire il resto.

 La vita era Settembre a ricominciare tutto, l'odore dei libri nuovi e degli astucci con le gomme profumate, i nuovi professori e la ragazza del primo banco che non riuscivo a guardare negli occhi senza arrossire, la paura delle interrogazioni, gli scioperi e le assemblee ed un mondo in cui tutto sembrava fatto per sognare ciò che sarebbe stato domani.

 La vita erano un paio di jeans nuovi da indossare,  la libertà sulle suole di gomma, la prima volta le sue labbra sulle scale di scuola, e abbracciati su quel prato di mattina, ubriaco del contatto del suo corpo, il profumo dei suoi capelli, il mondo infinito dei sogni da accendere e non riuscire più a spegnere, la musica da raccontare e da gridare, le differenze dai grandi, i muri da scavalcare, le campanelle da aspettare o fuggire, professori da maledire o temere, il suo maglione in un estate-lontani, una busta da lettera con il mio nome a penna in un agosto silenzioso di cicale e città, le parole di una canzone in cui raccontarsi, un muro di scuola da scrivere perchè lei lo leggesse, gli abbracci dopo un goal nell'ora di religione, un assolo di chitarra in cui lanciare la propria voglia a folle velocità, con le cuffie in testa, per esserne sparato dentro come un proiettile, tanto intensamente da poter annusare tutte le sfumature della propria immaginazione.

 La vita erano i pomeriggi a casa con le versioni di latino da dividere con mia madre, tra l'asse da stiro aperta e la pentola sul fuoco, mentre quello sacro del sapere classico non riusciva a forgiare la mia mente.

 La vita era la musica, da suonare con amici e ragazze, capodanni da riempire di note e microfoni, chitarre e tastiere, a cantare fino a sentire la felicità dentro le ossa, gridare senza confini, verniciando il mondo di tutta l'infinita voglia di essere in quell'unico istante.

 La vita era l'università, con libri sempre più grandi e numerosi, nei quali misurare forza e coraggio, determinazione e paura di essere o non essere, deludere e fallire, scavalcare e ricominciare, arrampicare sempre di più negli infiniti di pagine, alla luce di lampade tenui, pigiami e vestaglie di giorni, tavoli pieni di fogli e letti di appunti insonni, albe di ripassi frettolosi e caffè con lo sguardo di mia madre, a correre in una città al risveglio per non far tardi all'esame.

 La vita era la differente complicità tra fratelli, tra contrasti, incomprensioni, gelosie e amore, con il pudore di chi non riesce a dire "mi manchi" e la voglia di esserci  comunque, tra viaggi e città, dalla neve al deserto, cercare comunque l'opportunità di vivere l'altra parte di ognuno di sè.

 La vita era andare a prenderla a scuola, sentirsi riferimento per le sue scelte, mano nella mano per 11 anni a scegliere insieme i si ed i no a tutto il mondo, girandolo in lungo ed in largo, giocandone, piangendone e ridendone in ogni angolo, dividendo a metà milioni di attimi da passare a litigarne le ragioni e l'altra metà a farne pace, arrampicando la salita dell'essere, vedendoci crescere senza capire come e perderci proprio quando credevo nella nostra forza, scoprendo solo tutta la fragilità di cui ero capace.

 La vita era il dolore nel provare a ricominciare, tre anni nel cercare me stesso e ricostruirmi da capo, dopo aver ammesso di mancarmi per metà, dopo essermi chiamato centinaia di volte invano, tra le immagini di persone che incontravo e quelle  che non riconoscevo, tra le parole che dicevo senza sentire e quelle che ricevevo senza ascoltare, tra le vite che attraversavo diagonalmente con uscite veloci tra occhi di ragazze sorprese, deluse, tradite, ferite, inquiete e le parole lente di un amico per il coraggio di una scelta, qualunque fosse.

  La vita era il malato, in grado di darmi o levarmi tutto, dal quale dovevo imparare a difendermi per non restare graffiato, che risucchiava, contagiava con la paura o feriva con la rabbia, misurava con lo sguardo, mi rifiutava o mi affogava di vita da farmi bere a forza, anche quando il solo odore  mi faceva male, che dovevo accogliere e trattare anche contro sentimenti avversi, a cui non sapevo rispondere anche quando dovevo, a cui dovevo mentire mio malgrado, che non avrei voluto perdere.

 La vita era la morte, in Hospice per 2 anni compagna di banco a cui passare il foglio da scrivere, tanto da smettere di farsi domane, tanto da sentirsi il suo odore addosso ogni istante,

tanto vicina da rischiare di esserne impregnato, troppo dura, troppo lenta, troppo noiosa ed uguale per troppo tempo, al punto di arrivare a temere solo la vita.

 La vita era la corsa, felicità e libertà, solitudine e riflessione, preghiera e concentrazione, forza e sapienza fino alla dispersione completa dell'ultima particella di energia, così da sentir respirare ogni cellula del proprio corpo.

 La vita era un amico, che festeggia da solo con me i miei 18 anni in una cantina vuota, stappando una bottiglia di spumante, quello che mi suona a casa dopo anni facendomi scoprire che c'era ancora tanto da dire, quello che mi tormenta di messaggi e telefonate per non lasciarmi solo mentre il mondo continua a girare distratto su se stesso, che mi corre accanto e mi fa fare l'ultimo scatto proprio quando credevo che mi sarei fermato, che mi fa dire "grazie" pur pensando che non basterà mai, che ho voluto accanto nel momento più importante perchè  sentivo fosse anche per lui.

 La vita era la chitarra, voce di emozioni, anima calda di corde e legno, carne e metallo a sfiorarsi e baciarsi in carezze, colpi e scivolate in grado di far fiorire i sogni e gridare la voglia di essere, vibrante, rotonda o tagliente, graffiata o morbida e sussurrata come una buonanotte o la mano leggera che gira la pagina di oggi in domani.

 La vita erano gli occhi di un cane dalle orecchie lunghe, in grado di dire più cose di quanto le persone siano in grado di comunicare con parole, di regalare più affetto, calore, allegria e sincerità che un essere umano filtra con pudore e vergogna, di condividere corse e lotte giocose fino allo sfinimento di risate ed abbracci e sentire che il proprio essere animale è la parte più vera e bella di sè.

 La vita era la subacquea, regno misterioso e ricco di vita ed emozioni, dove la realtà si mescola alla fantasia, dove si perdono le proporzioni, le distanze, la gravità, dove si vola come un gabbiano accanto ad altre creature che ti accettano nella tua diversità, perchè nel mare, sotto il mare, c'è spazio e vita per tutti, purchè nei limiti e nelle regole che la natura detta.

 La vita era scrivere, basta un pò di musica e via, si decolla, la fantasia rincorre la realtà, i sogni i ricordi, le parole affiorano sul foglio come i profili delle cose dalla nebbia del mattino e tutto assume una nitidezza di brina e prato, odore di terra e colori, faccio capriole nel cielo della mente come Peter Pan a rincorrere Trilly, mentre il cuore si apre a risonanze inaspettate nelle quali resto rapito tanto da stordire e gli occhi a ingoiare voracemente ogni immagine e parola che lo spirito genera in pochi istanti, srotolando un universo parallelo di cui sono padre e figlio, creatore e generato, e dalla meraviglia, dall'istantaneità del tutto o nulla, dalla scintilla dell'impalpabile alla fine, resta solo la pace e il sorriso della mia anima stupita.

 La vita era, è e sarà questo ed altro che ancora non so.

E tu che sei in tutto questo, che mi ascolti, mi fai ridere, pensare, moduli gli impulsi strappati del mio cuore, mi fai litigare, essere me stesso senza remore, accettato senza riserve, anche quando non mi sopporti, anche quando non mi capisco, quando sai far affiorare in me l'amore con un tuo sorriso, con i tuoi occhi, con il tuo essere semplice, densa e vera, come il pane da spezzare con le mani, aiutami a conservarne tutte le briciole, perchè il suo sapore è talvolta nascosto in quelle più piccole, minuscole, distratte briciole di vita.

 Nick 21