LIVE

 

 

 

Superati i cancelli, di corsa sugli spalti della curva nord e poi ancora di corsa giù in basso fino al campo da gioco. L’ingresso è emotivamente forte.

Lo stadio ti appare da una prospettiva sconosciuta, spalti enormi, distanti, gremiti di gente e tu sotto a passare in rassegna, sognando per un istante l’attimo di gloria e di gioia per un tuo gesto condiviso da tutte quelle persone. Poi non c’è più tempo, corri verso il palco sulla curva opposta ma dentro di te c’è già un’inquietudine ed un’eccitazione scalpitante. Ti siedi in mezzo a tutti.

Una marea di ragazzi in continua crescita e ti chiedi se ti sommergerà.

 Cala la sera. L’ora dell’inizio è prossima. La massa umana, come comandata da un istinto predeterminato, si alza ed avanza svelta verso il

palco, chiudendo ogni spazio, ogni luce tra corpo e corpo. I fari degli spalti sfumano lentamente lasciando di scena il buio mentre le grida intorno

si fanno progressivamente sempre più numerose ed affamate.

Il palco si illumina di blu mentre un sottofondo di tastiere in

crescendo, amplifica l’attesa in una sospensione di respiri ed occhi avidi

alla ricerca del rock. Una chitarra elettrica. Una ritmica rapida lascia

presto l’ingresso al basso e alla batteria e quindi a lui, trequarti di pelle

nero ed occhiali da sole, illuminato da un fascio di luce che taglia il

fumo turchese nella parte superiore del palco. L’esplosione. Il magma

umano come un’eruzione vulcanica mi arriva alle spalle. Perdo contatto con

il terreno. Non c’è lo spazio per cadere. Temo per un attimo di non riuscire

a sostenere tutto quello nemmeno un minuto.

Come impazzita la folla guarda ipnotizzata il rocker e segue saltando a

ritmo cavalcante i brani d’apertura. Poi prendi il ritmo.

 Non puoi stare fermo. Non solo per gli ondeggiamenti del mare intorno a

te ma per l’energia che la musica e tanta, tantissima gente emana e ti

senti attraversare da una scossa elettrica, un terremoto di voglia di

 cantare e gridare. Lui si muove sul palco mostrando sicurezza, forza

e spavalderia. Trascina decine di migliaia di persone ad ogni suo gesto,

ad ogni suo grido. Seguono almeno sei brani di un rock violento, che a

tratti tocca l’heavy, raggiungendo l’apice con “Con quel vestito lì” con

una chiusura chitarristica in chiave “metallica”. Sono con lei. L’unica con

la quale potevo essere oggi. Ho lei davanti. Non le ho tolto gli occhi di

 dosso un istante di troppo. Devo controllare che non le facciano male,

che non le manchi l’aria. Non è più mia, ma non conta. O forse lo è

solo ancora un pò, questa sera. Mi rende sereno.

 E’ l’unica persona con cui avrei potuto godermi davvero lo spettacolo serenamente ma non glielo dirò. Non questa sera. E’ l’unica al mondo per

 la quale Vasco ha significato tanto in questi anni, per la quale ho scritto

le sue parole, per la quale ne ho suonato le note. La scopro commossa,

 ma non dirò nulla. “Vivere” destinato a Massimo Riva, perché “nessuno muore veramente per sempre”. E “Canzone”, per un destino “crudele

e splendido”. Con chiunque altro avrei avuto momenti di tristezza

o malinconia, ma lei è lì davanti a me, ancora forse e solo per l’ultima volta

in un momento così. Eppure sono sereno. Commosso ma felice.

Il resto è solo musica. Il suono non arriva nitido: troppa gente a cantare intorno, ma Solieri e Stef Burns che incrociano le due chitarre

come moschettieri, il batterista con occhiali evocanti atmosfere cibernetiche da Blade Runner, Galina al basso con la maglia giallorossa n. 10 e Vasco

che non si ferma un attimo, non danno un attimo di tregua.

Due grandi schermi laterali bombardano di immagini come flash impazziti

su ognuno dei componenti della band, dalle corde d’acciaio stirate

allo stremo, alla batteria percossa senza pausa né pietà, agli occhi azzurri del cantante, fissi in una espressione di ironia e malinconia al contempo,

di rabbia e meraviglia, stupore e trionfo. Berretto militare con visiera bassa sugli occhi e camicia bianca. Un’energia interminabile. Mi giro intorno.

Lo stadio balla. Fino alla curva più lontana, piena in ogni ordine di posto.

Una discoteca di 80.000 persone. E’ bello vedere tanta gente felice.

Sale una bandiera della Roma. Ed un applauso sottolinea l’accensione di

un fumogeno rosso in tribuna, non appena incominciano le note di “stupido hotel” cui segue “Sally”. La distanza tra le persone si è allentata.

 C’è lo spazio per respirare. Lei sta bene. Io sto bene. Il mondo è felice e

lo sono anch’io, anche se solo per il tempo di cantare a squarciagola,

 la rabbia, l’amore o la voglia di vivere. Stacco. Il pianista domina la scena. “Ridere di te” mentre solo il pubblico canta le note del piano.

Chiude “Albachiara” come ogni concerto da 20 anni ad oggi, con

assoli elettrici interminabili. Il cielo riprende luce. Lo stadio comincia

a svuotare. La vita riprende i colori di sempre. Per una sera il tempo è

stato sfondato. E’ esistito solo l’attimo del presente, spazzato dalla

nota successiva e questa dalla tempesta di luci che ne seguiva, ed altre

note ed emozioni. Per una sera il tempo non ha avuto tempo.

Per una sera sono stato immobile. Per una sera ho sentito tacere l’anima mentre gridavo. Per una sera, per noi, tutto l’infinito è finito lì.

Nik 21 gr

 Roma 05/07/2001