SORRISO DI SORRISO DI VERNICE

 
 

 

- Dietro la collina -

 

L’alba incendiò il mattino.

Accadde piano, silenziosamente

 e la terra sembrò non curarsi

di nulla. Continuava a girar

 su se stessa pigra e distratta.

 Il sole ancora seminascosto,

infilava raggi sotto la pelle del

cielo, appena lasciato dalle stelle

della notte. Il cielo. Sempre lì,

ad accogliere stelle, nuvole, uccelli, e tutti i colori che il giorno e la

notte decidevano di indossare. All’orizzonte nembi neri si univano alla terra

con forme di montagne, onde di mare immaginario, cavalli imbizzarriti al

galoppo in procinto di rovesciarsi sul mondo.

E tutto lentamente riprese vita.

Uno stormo di uccelli tagliò la volta verso nord, un cane abbaiava a

fantasmi sorridenti e silenziosi mentre da levante un soffio di vento

tiepido, come la carezza di una madre paziente sul viso della terra,

pettinava gli alberi e le spighe dei campi. La vita nei passi incerti ed

inquieti di una formica. Il profumo dell’erba giunse a Jack con il fruscìo

 delle foglie mosse dal sospiro di un attimo. E lo svegliò.

Jack era uno spaventapasseri.

Se ne stava immerso nel grano cresciuto fino ormai alla sua cintura.

Aveva la giacca fatta di liuta ed un vecchio cappello a falde cosi larghe

che riusciva a nascondere quasi tutti i suoi capelli, lunghi fili di paglia

attaccati alla testa. Il vento accarezzava il suo profilo e lo faceva

dolcemente ondeggiare come sulla prua di una nave, di cui era

l’unico e supremo comandante, su un oceano di spighe ed odori.

 Il grano, la terra, i fiori del campo vicino, gli animali nel recinto.

Guardava l’orizzonte muoversi intorno e ruotare intorno al giorno e alla notte.

Jack aveva le braccia aperte, distese, protese di lato forse ad abbracciare

 il mondo o a coprire e proteggere il suo campo dagli infidi pennuti.

Il giorno dominava la sua ombra, buffa, fedele, forma d’uccello diverso,

eppure familiare, proprio lui che gli uccelli doveva tener lontano dal suo mare. Sempre lì sotto di sé, quando avanti, di fianco o dietro, era l’unica cosa a

 stargli sempre addosso. Oltre agli stracci naturalmente. Era fiero del

suo aspetto e la sua divisa era diventata rifugio di alcune formiche e di tre

 api, che avevano costruito casa, sotto un’ala del suo cappello prima della

neve dell’ultimo inverno. Allora le api se ne erano andate e gli avevano

lasciato la loro casa appoggiata lì. Doveva sembrare qualcosa come un fiore

o una medaglia. Ne era quasi sicuro ma non del tutto certo.

Non poteva guardarsi. A volte aveva aspettato che il sole ruotasse intorno

a lui, e si abbassasse al tramonto per cercare di studiarne bene il

 profilo dell’ombra, ma era troppo rigido sulla base piantata in terra e non vi

era riuscito. E poi le sue spighe non lo aiutavano di certo. A volte troppo

mosse, altre poco folte. Alla fine aveva rinunciato a cercare di studiare

con esattezza le sue fattezze. E poi non poteva distrarsi. L’orizzonte

doveva sempre essere guardato attentamente. I corvi erano furbi.

Scendevano al tramonto, quando il profilo delle cose si faceva più incerto

e gli occhi più stanchi.

La notte succedeva una cosa strana. La terra a volte scompariva,

proprio quando la luna decideva di non uscire a dare il cambio al sole.

 In quelle notti, la scena era delle stelle. Si accendevano piano e un po’

alla volta coloravano il tetto del mondo. Se le guardavi bene,

sembravano facessero l’occhiolino.  Erano simpatiche le stelle.

Gli parlavano spesso. Non ricordava cosa dicessero ma aveva nella testa

la pace della loro luce, della loro vita lontana. In alcuni momenti gli sembrava

di essere a testa in giù. La terra non c’era più ed era certo di poter cadere

 verso il cielo. Che male ci sarebbe stato? Se solo il  bastone che lo legava

al mondo lo avesse lasciato andare per una notte! Poi lentamente il

cielo tornava a colorarsi di luce, le stelle lo salutavano e tutto tornava

a capovolgersi. E l’ovattata oscurità di grilli e civette, lasciava la scena al

grano, agli alberi in fondo al campo, al verso dei cani e a quant’altro

 lo raggiungeva.

Jack era felice. Sulla sua faccia avevano disegnato un sorriso con un

pennello di vernice nera. Sorrideva a tutto, anche ai corvi che osavano di

giorno in giorno avvicinarsi sempre più al suo cappello, fino a che un soffio

di vento più forte non lo scuoteva, facendoli volare via.

Jack aveva visto un sacco di cose. Non ricordava più a quanti tramonti e

a quante albe aveva assistito. E a quante stagioni avvicendarsi sul suo

campo, quanti soli, nuvole, lune, stelle, profumi portati dal vento.

Il vento. La voce del vento. Il respiro dell’universo.

 A volte gli sussurrava appena nelle orecchie cose di un mondo lontano,

altre volte sembrava gridare rabbia e battere contro il suo petto di legno l’ira

di chissà quale contendere, altre volte ancora era un placido amico con

cui dividere le sere di primavera gustando il sapore di odori rubati chissà dove. Una volta il vento morbido di luglio lo svegliò insieme ad una farfalla, che si

posò sul naso di sughero a vantare le sue ali nell’aria dell’estate. Che cosa era

il prurito! Non potersi grattare la faccia! Il sole verticale schiacciava le ombre

e giurò che avrebbe preferito un’invasione di cornacchie pur di liberarsi di

quelle piccole ali sul suo sorriso. Ma intanto sorrideva anche alla

piccola insopportabile molestatrice, finchè questa, dopo pochi

interminabili istanti, riprese a volare il suo unico pomeriggio di sole

nella campagna in fiore.

In un pomeriggio di maggio sentì dei passi di corsa aprire il grano intorno,

un respiro affannoso rotto da risa allegre. Due giovani ragazzi si

rincorrevano felici finchè lei esausta non si lasciò cadere a terra in un

abbraccio arrendevole e giocoso. Poi si rialzò ed ancora sfuggente

raggiunse Jack alle spalle. Prese il suo grande cappello ed infilato, prese

 a ballare ed a ridere tra le spighe finquando non fu vinta dal bacio del

suo compagno. Finirono inghiottiti nel mare verde e giallo del suo oceano.

Non ricordò di averli visti riemergere, forse rimasero lì fino alla notte, o forse

se ne andarono mentre lui dormiva. Già perché anche uno spaventapasseri

di tanto in tanto dorme. Ciò che notò al risveglio, fu il fatto di avere di nuovo

in testa il suo cappello e con lui l’odore di lei. Odore di lavanda e di pulito,

come quello delle lenzuola ancora bagnate, che la signora della

 fattoria stendeva nel cortile della casa.

Tubi di colori, pensò.

Calore e vibrazioni.

Risate.

Odori.

Gli uomini… - penso sorridendo.

Ma Jack in fondo sorrideva a tutto.

E sorridendo, dopo un bel sospiro (anche gli spaventapasseri sospirano), riprese a fissare l’orizzonte sul suo mare, aspettando l’arrivo dei corvi e il tramonto e le stelle ed il sole del giorno dopo.

Forse sarebbe riuscito a conoscere finalmente la propria ombra.

Forse,

prima o poi,

tra i colori del mondo,

dietro la collina.                                    Nik  21gr