Le 14,20 è una storia che ho scritto qualche anno fa, quando nel tentativo di giocare sul tempo che passa, pensai che poteva essere divertente inventare un personaggio che improvvisamente diventava vittima di un blocco temporale. L’idea di fermare il tempo bloccando le lancette degli orologi, genera una sorta di panico, facendo balzare nel vuoto, in un tempo con assenza di tempo, il protagonista della storia. Il sogno ed il panico si uniscono in un racconto con tratti di follia, ironia, suggestione, rassegnazione.        

 

 

 

Le 14.20 

Questo pomeriggio è accaduto un fatto strano. Mia moglie è uscita da casa, per andare a lavorare,

potevano essere le 14.20, anzi erano le 14,20; infatti ricordo molto bene di avere guardato l’orologio

posto sopra il caminetto.

Ma torniamo al punto di partenza. Mia moglie è uscita alle ore 14.20,

mi sono affacciato alla finestra per guardarla andare via.

 In quel momento, ho pensato alla partenza, come concetto di abbandono di un posto.

La partenza è sempre un momento importante, è il momento da cui scaturisce il viaggio.

L’oggetto della stranezza di oggi non è la partenza, mi piaceva soffermarmi

su questo particolare apparentemente consueto, ma estremamente scenografico, perché ritengo che le

storie dell’umanità siano state scandite dalle partenze degli uomini che lasciavano qualcosa alla ricerca

di nuovi spazi da scoprire.  

Ma ritorniamo alle ore 14.20 odierne.

 Dopo aver visto l’auto di lei, allontanarsi lungo il viale e scomparire oltre il cancello, sono rientrato in casa ove ho subito avvertito la differenza di temperatura con l’esterno.

 Ovviamente, sentivo il tepore che la casa aveva conservato, nonostante le finestre aperte sin dalla mattina. Mi sono seduto alla scrivania del computer ed ho navigato nel buio del web.

 Poi, sorpreso dalla fame, ho spento il computer per andare a pranzare, spinto da un leggero languorino che pregustava gli hamburger con le patate, sapientemente preparati da lei.

Mentre sorseggiavo un bicchiere di acqua minerale, davo un occhiata alla Tv, trasmettevano uno di quei soliti programmi-documentari che parlano dei posti di mare, facendoteli apparire quasi tutti uguali. Guardando tutto quel mare in Tv, ho inevitabilmente pensato all’estate precedente, trascorsa all’isola d’Elba, con le sue incantevoli spiagge ed i fondali azzurri.

 La cosa più strana è avvenuta quando per puro caso, il mio sguardo si è posato sull’orologio sopra il caminetto.

 Ebbene, lì, ho realizzato che qualcosa doveva aver turbato lo spazio temporale di quella normalissima giornata invernale.

Rilevavo che l’orario era ancora alle 14.20.

 Immediatamente mi sono avventato al telecomando della Tv per selezionare l’orologio, convinto che quello del caminetto fosse fermo.

Ho dovuto amaramente constatare che l’orologio della Tv segnava le ore 14.20.

Mi sono sentito assediato dagli orologi del mondo e dal tempo che non voleva assolutamente trascorrere.

 La cosa, risultava sgradevole ed irrimediabile.

Le ore, il tempo, le situazioni mentali mi facevano beffa lasciandomi indietro con i ritmi che io ho sempre vantato di controllare. Cosa avrei potuto fare?

Era la mia battaglia temporale. Speravo solo che non piovesse.

 Poco dopo, ero seduto nella poltrona del salotto.

 Pensavo che, assumendo un atteggiamento di indifferenza, la cosa potesse magicamente risolversi.

 Una sorta di puzzle da riordinare come le idee dei folli,

che si aggrovigliano con i pensieri, dando sfogo alla follia creativa. La follia creativa.

 Avevo chiarito, senza volerlo, un concetto filosofico che spaziava dalla scienza alla psichiatria.

Ed intanto pensavo a mia moglie che forse, aveva consumato una parte del suo pomeriggio ignorando cosa mi stesse accadendo.

Forse avrei dovuto telefonarle per confrontare il suo tempo con il mio.

Ora posso confessare di non avere avuto il coraggio di farlo. Perché? Perché se lei mi avesse confermato al telefono le ore 14.20, io sarei stato proiettato in una dimensione mentale che non avrei accettato.

Penso alla sua risposta: “ma caro, sono appena le ore 14.20, cosa ti succede”? Sarebbe successo di tutto, la paranoia avrebbe preso forma, le sedie avrebbero ballato con le poltrone e la Tv avrebbe trasmesso un tango argentino.

Una situazione tragicomica da manicomio di reduci del Vietnam.

Una situazione inaccettabile dai risvolti da film del terrore.

Eppure la regia di ciò che accadeva doveva essere stata studiata al minimo dettaglio.

Nulla smentiva che il tempo fosse fermo alle ore 14.20. Ho pensato che fosse arrivata la mia ora.

Una specie di cervello che funziona con il meccanismo della bomba ad orologeria.

Quando il cervello esplode l’orologio si ferma.

Ho pensato alla filosofia indiana che mette in discussione il tempo di ciascuno, come se ogni persona avesse un proprio orologio personale con l’orario preferito. Immaginavo che il mondo sarebbe stato ancora più incasinato di come lo si legge oggi.

Ho pensato ai santoni indiani che meditano, annullando il concetto del tempo, attraverso esercizi mentali che noi occidentali amiamo conoscere, perché subiamo il fascino delle cose irrealizzabili.

In pratica dopo questa battaglia di pensieri, ho finalmente deciso di ricontrollare l’orario, sperando che fosse stato tutto un brutto sogno ad occhi aperti.

Guardo l’orologio della Tv contemporaneamente a quello del caminetto. Un controllo incrociato sperando che uno smentisse l’altro.

Accidenti, erano esattamente le ore 14.20.

Chissà perché proprio le 14.20. Un orario che evocava qualcosa? Cosa sarebbe successo se quel pomeriggio avessi deciso di non guardare l’orologio?

Forse la mia mente girava male, o non girava affatto.

La situazione assumeva i caratteri aberranti dell’alienazione. L’alienazione, ne avevo tanto sentito parlare, temendo con terrore di viverla.

I classici pensieri che ti fanno dire: a me, non succederà mai.

L’unica cosa che mi restava da fare era quella di mettere un CD. Ascoltare un po’ di musica mi avrebbe sicuramente rilassato. Forse la tensione che avevo accumulato negli anni trascorsi, mi faceva capolino con questo strano fenomeno delle 14.20.

Decido di mettere un CD di musica New Age, per conciliare il tempo alla meditazione ed alle cazzate orientali che cominciavano ed essere troppo orientali per un occidentale rimasto alle ore 14.20 di un giorno qualsiasi.

Il primo brano era appena iniziato ed io mi chiedevo se fossi veramente vivo, in un orario che aveva congelato il tempo, ma anche il mio sangue.

Ero lì, seduto in poltrona con lo sguardo fisso al quadro di Mirò, quando ho realizzato il mio tremore, sudavo freddo, avevo paura. Ma di cosa?

Non avrei mai pensato che le 14.20 potevano spaventare la soglia dei miei quaranta anni.

Pensavo che nella mia vita, avevo affrontato molte volte quelle dannate 14.20 senza neanche accorgermi di quello che succedeva.

Erano le 14.20 ed era il panico. La New Age, sortiva l’effetto contrario, invece di rilassarmi, mi agitava.

La sua melodia lenta e le sonorità psichedeliche contribuivano ad accelerare il mio battito cardiaco inversamente proporzionato al tic tac del tempo ormai fermo da un po’.

Cosa fare? Pensavo alla mia vita, alle cose che avrei voluto fare, a quelle che mi erano riuscite male,

 ma soprattutto al futuro che non pareva più dover arrivare.

 Deducevo che la fine di un uomo poteva essere segnata dalle lancette di un orologio.

 Una sorte di morte, prima della morte.

Improvvisamente, guardando i miei fedeli tamburi radunati in un angolo del salotto, ho pensato che magari, suonare qualcosa, mi avrebbe potuto aiutare.

Detto, fatto e mi ritrovai ad accompagnare una melodia sudamericana che evocava le cose più belle che avrei potuto pensare.

Suonai per molto tempo, almeno credo, visto che il tempo si era fermato.

Il dettaglio più importante della vicenda, avvenne quando dopo la fine dell’ultimo brano musicale, il silenzio riportò il mio sguardo all’orologio del caminetto.

Erano le ore 19.49 e le cose avevano ripreso per il verso giusto.

Quale poteva essere la morale della storia?

 Ero stato salvato da un tamburo o dalla musica sudamericana?

Tamburo