Qualcosa sulla vita.

 
 

 

 

Ci sono stati grandi discorsi sui temi che reggono i motivi dell’uomo in questo mondo ormai troppo confuso.

L’evento della vita si celebra ogni giorno, quasi come se fosse un miracolo, ma spesso si perde di vista l’essenza della vita stessa. Il motivo che dovrebbe spingere l’umanità verso un movimento costruttivo, quindi verso se stesso, verso le future generazioni che avranno, invece,  amare eredità da gestire in un pianeta alla deriva.

La vita gestita in uno spazio apparentemente immenso, ma di fatto ristretto da un concetto frivolo legato alla mania dell’avidità, del potere, del successo.

La vita spesso dimenticata per quelli che vivono al buio, al margine sociale, per caso o per cattiva sorte. Quelli che non hanno parola, che non potranno mai averla. I figli di un Dio minore, nati sotto una cattiva stella. Gli uomini che vivono all’ombra di una tristezza genetica che si tramanda di generazione in generazione.

I movimenti per la vita si sbracciano per alleviare la condizione umana “deteriore”, ma è solo una goccia nell’oceano della sfortuna. Pochi santi viventi che compiono miracoli quotidianamente per gli individui destinati alla strada, alla malattia all’emarginazione.

L’africa, ormai vicina geograficamente, ma distante concettualmente, continua a vivere i suoi drammi legata alla fame. La fame….cos’è la fame? Una malattia? Un virus? Una sfortuna senza motivo, un colore indefinibile, un mostro troppo grande per essere compreso da chi vive nell’obesità dell’occidente. Un errore di calcolo per quel bambino dalla faccia scura che non conosce lo yogurt o i mille prodotti pubblicizzati dagli spot in televisione. Quel bambino non conosce il gioco, non ha la forza di concepirlo. Quel bambino nato solo per morire spera di non morire, ma morirà nell’assoluta indifferenza di un mondo sordo, indifferente.

L’africa è la sua fame, sono il simbolo della cattiva sorte. Dovremmo riflettere su questi dolorosi temi,  che i politici dicono di gestire e risolvere. Denaro investito per guerre interminabili alla caccia di un oro nero chiamato petrolio.

La vita bizzarra, beffarda, spietata, curiosa ci offre panorami meravigliosi e crudeli, per dare voce a quella parte di noi che forse dovrebbe risiedere nell’essenza, nell’anima, attraverso il suo labirinto.

L’anima legge il dolore, lo percepisce lo trasmette alla nostra mente che biologicamente spesso lo respinge. L’anima non mente, segue un percorso in continuo movimento in funzione del tempo passato, presente e futuro.

Riflessione sulla vita, questa vita, un punto di vista crudo ma reale come gli sfortunati in attesa dell’attesa. Riflessione sperando in una maggiore capacità di umanizzazione verso il prossimo e per il  tentativo di vederlo sotto una luce meno ostile.

Riflessione che generi una spiritualità che vada oltre le religioni, immaginando che Dio può avere molti nomi, può essere ovunque in ogni uomo di qualsiasi colore cultura o sfortuna.

Molto probabilmente, Dio risiede nella sofferenza dell’uomo ed è presente in questa dimensione come per alleviare il duro percorso che essa impone. Esiste quando viene chiamato, non ha un’identità, forse ne ha troppe. E’ vicino a chi lo invoca in nome di una vita troppo spigolosa è l’uomo che aiuta l’uomo.

Riflessione sulla capacità di introspezione, sulla capacità di guardare dentro se stessi, nel silenzio dello spirito. Tentativo di ritrovarsi, fermandosi un attimo alla riflessione, allontanando il ritmo frenetico che tutto divora senza tregua.

La riflessione alla vita, al miracolo che rappresenta, alla capacità di viverla consapevoli di conferirle un senso che vada oltre il proprio tempo, che lasci un segno positivo del nostro passaggio.

Tamburo